Lo scorso 4 ottobre il mezzosoprano Marcella Parziale ha debuttato in Polonia, nella Basilica di Sant’Edvige a Trzebnica, interpretando lo Stabat Mater di Pergolesi insieme al soprano Dominika Zamara, con l’accompagnamento del Quintetto dell’Accademia di Santa Sofia di Benevento, di cui Parziale è Direttrice Artistica. L’evento, intitolato «Głębia Matczynego Bólu», è nato dalla collaborazione tra Italia e Polonia e ha conquistato il pubblico grazie all’intesa delle due interpreti e alla sensibilità espressiva dell’ensemble strumentale. Abbiamo incontrato Marcella Parziale per raccogliere le sue impressioni e conoscere meglio il suo percorso artistico.

Grazie per aver accolto il nostro invito. Per iniziare, ci racconta un po’ di Lei: dai suoi esordi, cosa l’ha spinta a intraprendere la carriera di cantante lirica?

L’incontro con l’opera è stato per me tanto casuale quanto folgorante. Fin da bambina ho coltivato una grande passione per il canto e per il teatro, dedicandomi allo studio di entrambe le discipline. A sedici anni ho scoperto l’opera e, da quel momento, ho deciso che sarebbe stata la mia strada. È stato un istinto, una vocazione improvvisa e urgente, riconosciuta prima ancora di riuscire a spiegarla. Mi ha conquistata la densità della scrittura musicale, unita a una complessità teatrale altrettanto affascinante. Ho intrapreso così un percorso di studio rigoroso, che mi ha portata a conseguire una laurea e una specializzazione in canto, entrambe con lode, parallelamente agli studi universitari in Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo, conclusi con la stessa votazione. La musica è un mestiere artigianale nel senso più autentico del termine, fatto di ricerca, disciplina e cura costante. È proprio in questo lavoro, mai definitivamente compiuto, che trovo una parte essenziale del mio amore immutato per quest’arte.

Tra i tanti personaggi interpretati, qual è il ruolo che sente più suo e per quale motivo?

È impossibile sceglierne uno soltanto. Un interprete attraversa stagioni emotive e vocali diverse, che lo portano a riconoscersi, di volta in volta, in sensibilità differenti. Mi affascinano, ad esempio, la sensualità ribelle di Carmen, Maddalena e Dalila, ma anche la vitalità ingenua, giocosa e talvolta goffa di Cherubino. Trovo altrettanto coinvolgente il repertorio cameristico, che richiede una teatralità diversa, più raccolta, ma non meno intensa. Senza il sostegno della scena, la musica può raccontare storie e rivelare emozioni con una forza ancora più essenziale. Credo che il privilegio più grande del nostro mestiere sia proprio questo: poter abitare molte vite e, attraverso ciascuna, comprendere qualcosa in più dell’essere umano.

“L’arte è metafisica”: partendo da questa suggestione, cosa prova nell’attimo esatto prima di salire sul palco e durante l’esecuzione?

Gratitudine. Una gioia profonda, accompagnata dall’adrenalina che precede ogni esibizione. La ragazzina che si è innamorata del canto è ancora qui e vive ogni concerto come un dono, come una promessa fatta a sé stessa tanti anni fa e rinnovata ogni volta. Non è una celebrazione dell’ego, ma quasi il suo contrario. Mi riconosco nell’idea di Kandinsky dell’artista come «servitore dell’arte»: qualcuno chiamato a mettere la propria sensibilità al servizio di una necessità interiore che va oltre il semplice desiderio di esprimersi. Siamo interpreti, strumenti attraverso cui la musica prende vita e può raggiungere gli altri. In questo senso, salire sul palco significa anche mettersi da parte, per lasciare spazio a qualcosa che ci supera.

Torniamo al focus del suo recente debutto in Polonia: che accoglienza le ha riservato il pubblico?

Sono profondamente felice dell’accoglienza ricevuta. È stata la mia prima volta in Polonia e non avrei potuto desiderare un incontro più bello. La Basilica gremita ha fatto da cornice a una delle pagine a cui sono più legata. In quel luogo, architettura, storia e spiritualità sembravano dialogare naturalmente con la musica, creando uno spazio di ascolto di rara intensità. Eseguire lo Stabat Mater di Pergolesi in un contesto simile è stato un privilegio e un’esperienza che porterò con me a lungo.

Una Basilica gremita e un’entusiastica standing ovation: quali emozioni ha provato di fronte al nuovo pubblico?

L’applauso e l’attenzione del pubblico non sono mai scontati: vanno meritati ogni volta. Il primo attacco è un momento di verità assoluta: pone l’artista davanti alla responsabilità di rispettare la musica che gli è stata affidata e di essere all’altezza del tempo e dell’attenzione che ogni ascoltatore ha scelto di dedicargli. A Trzebnica ho percepito un affetto sincero e una connessione profonda, confermata da una partecipazione che mi ha emozionata molto. Quando si crea questo genere di incontro, la musica diventa un’esperienza condivisa. Ne sono felice e profondamente grata.

Com’è nato il suo sodalizio professionale con il soprano Dominika Zamara e come si è sviluppato nel tempo?

Ho conosciuto Dominika lo scorso marzo, in occasione di due esecuzioni dello Stabat Mater in Italia nell’ambito di Ponti Sonori, il progetto internazionale che l’Accademia di Santa Sofia sta portando avanti. Fin dal primo incontro è nata una bella intesa, sia umana sia professionale. Amo lavorare con artisti capaci di unire talento e sensibilità, persone che affrontano il proprio mestiere senza divismi. In Dominika ho ritrovato proprio queste qualità. Credo che la sintonia tra interpreti non si possa costruire a tavolino: può essere coltivata, ma richiede una disponibilità autentica all’ascolto reciproco. Dopo le due esecuzioni italiane è arrivato il concerto di Trzebnica, e abbiamo già diverse idee che ci piacerebbe sviluppare. Mi auguro che questo incontro sia l’inizio di un percorso comune ricco di nuove occasioni musicali.

Il progetto Ponti Sonori vi ha permesso di unire Italia e Polonia attraverso la musica: ci racconta qualcosa in più su questa iniziativa?

«Ponti Sonori – Global Musical Journeys» è un progetto internazionale dell’Accademia di Santa Sofia, sostenuto dal Ministero della Cultura nell’ambito del programma Boarding Pass Plus, dedicato alla mobilità degli artisti e allo sviluppo di collaborazioni e coproduzioni internazionali. Da marzo 2026 a maggio 2027 il progetto attraversa diverse città italiane e raggiunge Montenegro, Finlandia, Polonia, Stati Uniti, Romania e Ungheria, coinvolgendo musicisti e istituzioni culturali in un percorso di incontro e collaborazione. Per noi la musica è anche uno strumento concreto di dialogo tra culture. L’obiettivo non è semplicemente portare concerti all’estero, ma costruire relazioni che possano durare nel tempo, generare nuove produzioni e aprire ulteriori opportunità artistiche. Trzebnica ne è un esempio significativo: una pagina fondamentale della tradizione musicale italiana ha incontrato un luogo di grande valore spirituale e un pubblico nuovo. Credo che la diplomazia culturale trovi qui il suo significato più autentico: nella capacità di trasformare la collaborazione artistica in una conoscenza reciproca destinata a durare.

Oltre a essere una voce apprezzata del panorama lirico, Lei è anche Direttrice Artistica dell’Accademia di Santa Sofia di Benevento. Dal palco alla direzione artistica: come riesce a conciliare la dimensione dell’artista con quella manageriale?

Sono due dimensioni diverse, ma complementari. L’attività di interprete mi permette di esprimere la mia sensibilità individuale; la direzione artistica mi consente di mettere questa sensibilità al servizio di un progetto più ampio, scoprendo e valorizzando talenti, mettendo in relazione linguaggi differenti e creando le condizioni perché altre sensibilità possano esprimersi al meglio. Amo gli artisti e le arti, senza preclusioni di genere o di linguaggio. Credo che una direzione artistica debba avere una visione riconoscibile, ma anche la curiosità e il coraggio di esplorare strade nuove. L’Accademia di Santa Sofia è una realtà consolidata, sostenuta da un team altamente qualificato e da un ambiente di lavoro sano e stimolante, fondato sulla stima reciproca e sulla condivisione degli obiettivi. Orgogliosamente radicata a Benevento, l’Accademia propone una ricca stagione di ospitalità che accoglie artisti provenienti da tutto il mondo e attivi in ambiti differenti. In questo contesto si inserisce anche l’attività della nostra orchestra, protagonista di una presenza stabile non soltanto a Benevento, ma anche a Napoli e Roma. Negli ultimi anni la nostra presenza internazionale è diventata sempre più significativa: è motivo di grande orgoglio per tutti noi aver contribuito a far sì che una realtà nata in una piccola città del Sud Italia diventasse, a pieno titolo, cittadina del mondo.

 

Quali sono i suoi prossimi progetti? C’è già in cantiere un ritorno in Polonia?

I progetti sono numerosi, alcuni già in fase di elaborazione, ma preferisco mantenere il riserbo, anche per scaramanzia. Il 2027 si preannuncia particolarmente intenso. Dopo il concerto di Trzebnica sono arrivati diversi nuovi inviti, che spero possano tradursi in occasioni concrete. Tornare in Polonia sarebbe per me una gioia. Ho avuto solo un primo assaggio di questo Paese, ma è bastato a suscitare in me il desiderio di conoscerne meglio la storia, la cultura e la sensibilità artistica. Mi auguro che sia l’inizio di un’amicizia destinata a crescere. La musica ha la capacità di avvicinare persone provenienti da luoghi e tradizioni differenti: in un mondo così profondamente diviso, credo che questo dialogo non sia soltanto prezioso, ma sempre più necessario.