Domenica, la musica non ha avuto bisogno di molte parole. Sono bastati gli archi, due voci femminili, il silenzio della Basilica di Trzebnica e quello spazio singolare di raccoglimento spirituale che avvolge chi ascolta. „La profondità del dolore materno”, il concerto che ha inaugurato le celebrazioni dell’indulgenza in onore di Santa Edvige di Slesia, si è trasformato in una toccante meditazione sul dolore, sulla compassione, sulla fede e sulla speranza.

Una musica che nasce dal silenzio

Il 4 ottobre 2026, il Santuario Internazionale di Santa Edvige di Slesia a Trzebnica è tornato a essere luogo di un incontro straordinario tra musica e spiritualità.

Dal 2019, i concerti di musica sacra rappresentano una parte importante della tradizione delle celebrazioni edvigee. Ogni anno artisti di grande prestigio raggiungono Trzebnica e il tempio si riempie di una musica che non vuole essere soltanto un evento artistico. È piuttosto un tentativo di toccare ciò che nell’essere umano è più profondo.

Il concerto di quest’anno ha ricevuto un titolo tanto suggestivo quanto eloquente: „La profondità del dolore materno”. E davvero, difficilmente si sarebbe potuta trovare un’espressione più appropriata.

„La compassione è l’unica risposta degna al dolore”

Il concerto è stato condotto e introdotto nelle sue diverse parti da don prof. Bogdan Giemza SDS. Le sue parole non sono state una semplice presentazione delle opere in programma. Sono diventate parte integrante della narrazione musicale e spirituale della serata.

Richiamando le parole di San Giovanni Paolo II dalla Lettera apostolica Salvifici Doloris, dedicata al senso cristiano della sofferenza umana, don Giemza ha posto l’ascoltatore di fronte a quel mistero davanti al quale l’uomo non può che fermarsi con rispetto e umiltà:

„La sofferenza umana suscita compassione, suscita anche rispetto e, a suo modo, intimorisce”.

È proprio in questa prospettiva che don Giemza ha accompagnato il pubblico nel mistero dello Stabat Mater Dolorosa, la celebre sequenza medievale che contempla Maria ai piedi della croce, mentre assiste alla passione e alla morte del Figlio.

È risuonata anche una frase destinata a rimanere tra le più significative dell’intera serata:

„La compassione è l’unica risposta degna dell’uomo di fronte alla sofferenza.

Forse è proprio questo il pensiero che più a lungo è rimasto nel cuore degli ascoltatori.

Mozart: giovinezza, luce e dialogo degli archi

La prima parte del concerto si è aperta con il Divertimento in Re maggiore di Wolfgang Amadeus Mozart.

In quest’opera era presente tutto ciò che caratterizza così profondamente il linguaggio classico mozartiano: la trasparenza della trama sonora, l’eleganza della frase, la leggerezza del dialogo fra gli strumenti e una straordinaria disciplina formale. E tuttavia l’esecuzione non è stata priva di calore e di intensa partecipazione emotiva.

Il quintetto d’archi dell’Accademia di Santa Sofia di Benevento ha creato uno spazio musicale nel quale le singole voci degli strumenti sembravano dialogare fra loro, quasi in una conversazione intima.

Primo violino Giacomo Mirra, secondo violino Teresa Giordano, viola Martina Jaco, violoncello Danilo Schwitieri e contrabbasso Gianluigi Pennino hanno respirato come un unico organismo musicale: rigoroso e preciso, ma al tempo stesso vivo, naturale, capace di lasciar respirare ogni frase.

Era la musica del giovane Mozart: luminosa, aggraziata, fresca. Poi, quasi impercettibilmente, l’atmosfera è cambiata.

„Stabat Mater”: entrare nel mistero della sofferenza

Successivamente, la Basilica si è riempita della musica di Giovanni Battista Pergolesi.

Lo Stabat Mater è un’opera davanti alla quale è difficile rimanere indifferenti.

Non perché esibisca il dolore, ma proprio per il contrario. La sua forza nasce dalla misura, dalla sobrietà, dalla capacità di suggerire più di quanto proclami.

Pergolesi non ha bisogno di un apparato monumentale per creare un affresco musicale di straordinaria intensità. Bastano due voci, gli archi, il silenzio e una linea melodica capace quasi di toccare fisicamente l’ascoltatore.

A Trzebnica è risuonata un’opera che è, nello stesso tempo, lamento, preghiera e contemplazione.

Due voci, un’unica preghiera

Dominika Zamara, soprano, e Marcella Parziale, mezzosoprano, hanno dato vita a un dialogo vocale di grande intensità espressiva.

Le loro voci non sono entrate in competizione. Al contrario, si sono cercate, sostenute e completate.

Il soprano di Dominika Zamara portava nella musica luminosità, trasparenza e una forte tensione drammatica. Il mezzosoprano di Marcella Parziale rispondeva con una timbrica più profonda, vellutata e raccolta.

Nei duetti, le due voci si intrecciavano con una naturalezza tale da far dimenticare persino la dimensione tecnica dell’esecuzione. Rimaneva soltanto il messaggio.

Il dolore della Madre.

La Croce del Figlio.

L’uomo davanti al mistero della sofferenza.

Pergolesi: un affresco musicale di straordinaria potenza

Prima dell’esecuzione, don prof. Bogdan Giemza ha ricordato che lo Stabat Mater di Pergolesi è articolato in dodici numeri, comprendenti arie per soprano, arie per mezzosoprano e momenti affidati alle due voci in dialogo.

È proprio questa varietà formale a permettere a Pergolesi di accompagnare l’ascoltatore attraverso una successione di stati interiori: dal dolore al lamento, dalla supplica alla speranza.

La musica non si ferma alla sofferenza. Ed è questa, forse, la sua forza più grande.

Perché il dolore privo di speranza non sarebbe altro che disperazione.

Lo Stabat Mater, invece, conduce oltre: verso il mistero della redenzione.

Santa Edvige: una patrona che conobbe il dolore

Il titolo del concerto aveva anche una seconda, profondissima origine: Santa Edvige di Slesia, patrona del Santuario e della città di Trzebnica.

Anche la sua vita fu segnata dalla sofferenza e dall’esperienza della perdita. Per questo l’accostamento tra la Mater Dolorosa e Santa Edvige non è stato un semplice espediente artistico.

Nella Basilica di Trzebnica, le due storie si sono incontrate nella musica di Pergolesi.

La storia di Maria ai piedi della Croce.

La storia di Edvige attraversata dal dolore.

E, insieme a loro, le storie degli uomini e delle donne presenti nella Basilica, ciascuno con le proprie ferite, i propri ricordi, le proprie sofferenze e le proprie intenzioni.

Un ponte musicale tra Italia e Polonia

L’evento è stato anche una nuova tappa di una significativa collaborazione internazionale.

L’Accademia di Santa Sofia di Benevento porta avanti il progetto „Ponti Sonori”, nato con l’intento di utilizzare la musica come strumento di dialogo e di costruzione di relazioni tra Paesi, istituzioni, artisti e pubblico.

Trzebnica è diventata così uno di questi ponti.

Un ponte tra Italia e Polonia.

Tra Benevento e Trzebnica.

Tra l’artista e l’ascoltatore.

E, soprattutto, tra la musica e la preghiera.

La profondità che rimane dopo l’ultima nota

I concerti più belli si riconoscono da ciò che accade dopo l’ultima nota.

Non dalla durata degli applausi.

Non dal numero degli interpreti.

Non dalla spettacolarità del programma.

Ma dal silenzio che viene dopo.

A Trzebnica quel silenzio aveva un peso particolare.

Dopo le ultime note dello Stabat Mater, si poteva quasi percepire che la musica continuasse ancora per qualche istante a rimanere sospesa sotto le volte della Basilica.

Come una preghiera.

Come un ricordo.

Come una domanda alla quale l’uomo non sempre riceve una risposta.

Ed è forse proprio per questo che «La profondità del dolore materno» è stato un concerto così intenso e maestoso nella sua contemplazione.

Non ha cercato di soffocare il dolore.

Ha permesso di ascoltarlo.

Grazie agli artisti

Dal profondo del cuore, un grazie a Dominika Zamara, a Marcella Parziale e agli straordinari musicisti dell’Accademia di Santa Sofia di Benevento per una serata nella quale il virtuosismo si è incontrato con l’umiltà davanti alla grandezza della musica sacra.

Grazie per la bellezza delle frasi musicali, per la raffinatezza dell’esecuzione, per la sensibilità interpretativa e per aver fatto risuonare Pergolesi nella Basilica di Trzebnica non come un’opera lontana del XVIII secolo, ma come una preghiera viva dell’uomo del XXI secolo.

Un ringraziamento particolare va a don prof. Bogdan Giemza SDS, per aver guidato il concerto, per le preziose introduzioni e per aver creato quello spazio spirituale nel quale era possibile ascoltare non soltanto con le orecchie, ma soprattutto con il cuore.

Grazie anche al Santuario Internazionale di Santa Edvige di Slesia a Trzebnica e a tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione di questo straordinario incontro tra arte, fede e musica.

Quando il canto diventa preghiera

Lo Stabat Mater di Pergolesi ha lasciato qualcosa di più di un ricordo musicale.

Ha lasciato il silenzio.

E, dentro quel silenzio, la riflessione.

Perché talvolta, proprio quando non riusciamo a trovare le parole giuste, rimane la musica. E talvolta la musica riesce a dire più di quanto possano fare le parole più belle.

A Trzebnica è risuonata proprio una musica di questo genere.

Una musica che non si limita a incantare.

Una musica che conduce.

Una musica che insegna la compassione.

Una musica che diventa preghiera.

Ed è forse per questo che il concerto „La profondità del dolore materno” rimarrà nella memoria dei suoi partecipanti molto più a lungo degli ultimi applausi.

Perché quando l’ultima nota si spegne, la vera musica — quella che ha raggiunto l’anima — continua a risuonare nel silenzio.

Foto: Anna Zgóra-Kozielska

Qui di seguito è riportata la registrazione video del concerto a Trzebnica: